“Non dimenticarti i guanti, Frederick!” La calda voce di mia madre riecheggiò per i corridoi vuoti e spogli, giungendo sommessamente al mio orecchio. Pochi istanti a seguire, vidi Mary Leselle, la minuta e acerba serva, portarmi una confezione di pelle scarlatta e aprirla, porgendomi dinnanzi un paio di guanti di seta neri. Mia madre aveva ragione: il gelo negli inverni inglesi degli ultimi anni si era fatto sentire in modo sordo e penetrante, come la secca mano della morte che bussa sulla porta della vecchiaia dei conti.

La morte…ci avevo pensato parecchie volte, nei mesi precedenti. Per un sedicenne frullare pensieri immaturi e incoscenti del genere vi parrà strano, forse, ma non lo sarebbe se voi, cari gentilizi miei, se aveste visto il mondo sotto i miei occhi.
Ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia ricca e acculturata, stabilitasi in una grande mansione neogotica dalle tinte crema e pastello a una decina di minuti fuori da Londra.

Eppure, non ero come gli altri figliouli impertinenti di conti e giovini signore dai lineamenti delicati; non mi rispecchiavo in questa ideologia meschina. Per carità, non pensate che provassi pena per i giovani che vivevano nelle malfamate zone industriali, no, non ero tanto empa-tico, considerando non ne potessi trarre alcunchè profitto. Io ero un fervente appassionato di mentalità umana, poichè nella mia esile essenza d’esistere la fisicità del corpo non era stata generosamente offer-ta come la nobiltà di nascita.

L’asma, i problemi di sonno e continui attacchi febbricitanti non facevano di me un signorotto, quanto invece rendeva la mia mentalità astuta e accuminata come la punta di un coltello d’argento.

Volevo saperne di più, di più sulle persone, allo scopo di affinare la mia audace predisposizione strategica ai loschi affari della vita.
Quei guanti mi avrebbero salvato la vita quella gelida sera, ne ero pur certo.

La serva stupida e rincallita restava ad aspettare, aspettare che io porgessi la mano verso quei guanti.

Se solo avesse saputo ciò che stava per accadere alla sua figluola, oh, se l’avesse saputo! Il suo sguardo non sarebbe stato così spento e calmo, no, no! Il suo inutile volto sarebbe stato sfigurato dall’orrore.
Dovevo vederlo a qualsiasi costo…

Afferai i guanti e chiusi l’uscio, mentre candidi fiocchi di neve si posavano sotto la suola dei miei stivali di cuoio danese.

Già mentre li mettevo, mi sentii le mani rinsecchite dalla brezza gelida e deplorevole dell’impetuosità invernale. Mentre la mano sinistra calzava il nero guanto, la destra era già ben secca e sbiadita.

Ossuta lo era di natura, ma con quel candore spettrale e quel rivestimento epiteliale secco, pareva la mano stessa della morte. La mano…e il braccio. Ero io il braccio destro della morte.

Eppure, la morte, a differenza della vita, è equa e giusta; non si inchina a nessun nobile animo, nè tantomeno pretende l’inchino dello schiavo. Essa è e sarà, senza se nè ma. Essa attende, celata dalla paura, e sferra il colpo mortale da dietro, mietendo vittime come chicchi di tenero grano.

La morte forse, non voleva braccia o mani in più.
Gliene bastavano due, una per premere il timbro del poco avveduto, e una per falciarne l’esistenza.

La sua mano è così secca da rinsecchire la felicità.
Non mi sarei mai aspettato che il guanto maledetto fosse appartenuto alla morte.

Non mi sarei mai aspettato che la morte potesse assumere la forma di un essere, di un umano all’apparenza inferiore e ignorante.

La sua mano secca…fu l’ultima cosa che vidi nel triste bagliore della notte.


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